
Ipertesto con Word – dai docenti Di Natale, Eremita, Sangiorgio e
Frazzetto di Scordia (CT)
ALEKSÀNDR
SERGÉEVIC PÙŠKIN
|
Con
Aleksàndr Sergéevic Pùškin (Mosca, 1799-Pietroburgo, 1837) la letteratura
russa termina il periodo di formazione e si allinea al fianco delle massime
letterature mondiali. Pùškin rappresenta infatti il massimo letterato russo,
l’interprete più autentico dello Pùškin
nasce nel 1799 a Mosca e completa il liceo a Càrskoe Selò, vicino a
Pietroburgo. La sua produzione giovanile, licenziosa e satirica, provoca
molte discussioni tra i critici, mentre la sua pericolosità di libero
pensatore gli causa una condanna in esilio al confino nella Russia
meridionale. I
poemi e le poesie composti da Pùškin negli anni del confino risentono
dell’influsso dei poeti romantici e di Byron, mentre le sue idee incontrano
il favore dei circoli politici liberali, che guideranno l’insurrezione
decabrista del 1825. In
relazione a questi avvenimenti, il poeta viene relegato nella tenuta
familiare di Michàjlovskoe (1825-26), dove compone poemi e poesie e scrive la
maggior parte del romanzo in versi Evgénij Onégin, che completerà solo nel
1833. Negli
anni Trenta, dopo il matrimonio con Natàlija Goncaròva, e un periodo
particolarmente creativo trascorso nella tenuta di Bòldino, ottiene il
permesso di stabilirsi presso la corte a Pietroburgo. Gli ultimi anni vedono
un progressivo allargamento degli orizzonti creativi con il completamento
dell’Onégin, la creazione di alcuni poemi storici, e soprattutto opere in
prosa, teatro e fiabe. Lo scrittore fonda inoltre una rivista, il
Contemporaneo (1836), alla quale contribuiscono i maggiori intellettuali
liberali. Pùškin
morirà nel 1837 in una sfida a duello contro il conte D’Anthès, uno
spasimante della moglie. I funerali di Pùškin, nonostante l’atteggiamento
ostile dell’autorità, vedranno la commossa partecipazione di tutti i più
importanti scrittori russi. Il
centro della produzione puškiniana è costituito dal corpus delle poesie
liriche, composte lungo tutto il corso della sua carriera poetica, dal 1817
fino alla morte, avvenuta nel 1837. Si tratta di una raccolta molto varia:
alle elegie classicheggianti si alternano gli idilli amorosi, i canti della
natura, le liriche meditative e filosofiche. È
durante il periodo di confino del poeta al sud, tra il 1823 e il 1827, che la
lirica amorosa di Pùškin raggiunge il suo apice, risultato della fusione del
giovanile entusiasmo del poeta e della grossa influenza byroniana. Caratteristica
delle liriche puškiniane di questo periodo è la straordinaria maestria
tecnica associata alla profondità dell’osservazione, e una compostezza quasi
classica del verso, segno dell’influenza dei poeti settecenteschi, come
Andrea Chénier. Dopo
il 1827, il verso di Pùškin si fa sempre più conciso e nasce il ciclo
dell’arte per l’arte, in cui si difende la libertà creativa del poeta, la cui
unica missione è innalzare lo spirito del popolo con i versi: “Ed a lungo io
sarò caro al popolo/ Perché con la lira ho risvegliato buoni sentimenti/ nel
mio secolo crudele ho glorificato la libertà…” (Exegi monumentum…, 1836).
Negli anni Trenta Pù…kin scrive molte composizioni brevi di natura
patriottica e politica. I poemi di Pùškin si estendono dal genere fiabesco,
all’epica, al genere avventuroso, al poema romantico. Il primo poema, del
1820, è Ruslàn e Ljudmìla, con un tema tratto da famose fiabe popolari.
Durante gli anni del confino, Pùškin compone vari poemi ispirati allo stile
di Byron: Il prigioniero del Caucaso, la fontana di Bachcisaràj, gli zingari.
Dopo la parentesi del famoso “romanzo in versi” Evgénij Onégin, Pù…kin torna
al poema con i capolavori: Poltàva (1829), La casetta a Kolòmna (1830) e
soprattutto Il cavaliere di bronzo (1833). Il
cavaliere di bronzo narra la storia di Evgénij, un giovane impiegato di
Pietroburgo, umile e laborioso, il cui unico sogno è sposare l’amata Paràša,
che vive in un modesto quartiere sul fiume Nevà. A causa di un uragano, la
Nevà fuoriesce dagli argini e provoca una disastrosa inondazione, che
sommerge la casa di Parà…a, annegando la fanciulla con la madre. Quando, la
mattina dopo, Evgénij scopre la terribile verità, impazzisce e, nel suo
delirio, si trova a passare accanto al monumento equestre di Pietro I, al quale
rinfaccia la colpa di quanto accaduto, minacciandolo con un gesto di sfida.
Per tutta risposta, la statua scende dal piedistallo e si mette ad inseguire
a cavallo Evgénij, per tutta la notte. Da quel giorno, Evgénij si guarda bene
dal passare accanto al monumento. Nell’epilogo, la casa di Paraša viene
venduta, e il nuovo acquirente trova nell’appartamento vuoto il cadavere di
Evgénij, andato a morire nella casa dell’amata. La
produzione in prosa puškiniana annovera molti frammenti incompiuti e diverse
opere, tra le quali si ricordano tre capolavori in prosa degni del livello
della sua poesia: i racconti di Bélkin (1830), la donna di picche (1833), La
figlia del capitano (1836). I Racconti di
Bélkin sono cinque racconti, ognuno con un diverso stile narrativo
(sentimentale, realistico, romantico, grottesco), che creano un gioco lieve
ed ironico attraverso cui Pùškin caratterizza la società contemporanea. Gli
“aneddoti” sono resi più efficaci dalla presenza di un intermediario che
funge da narratore, Bélkin, che dà una patina di veridicità ai racconti. La
donna di picche presenta il clima romantico- psicologico di Un colpo di
pistola (un altro dei Racconti di Bélkin) e degli amati racconti di Hoffmann.
Vi si narra di un ufficiale giovane e povero di origine tedesca, Herrmann,
che viene a conoscere dal fantasma di una vecchia contessa da lui uccisa il
segreto di tre carte sicuramente vincenti al gioco del faraone. Al momento di
giocare le tre carte, Hermann, ormai sconvolto, si confonde perdendo tutti i
suoi risparmi; in seguito a questo fatto, impazzisce definitivamente. A
fianco del protagonista, si delineano le figure di Lìza, giovane dama di
compagnia della contessa e innamorata di Herrmann, e della contessa stessa,
ottuagenaria ed insopportabile, che vive nel ricordo della passata bellezza. La novella di
Pùškin è stata l’ispirazione per la composizione della Donna di picche di
Peter Il’ic Cajkòvskij, che, assieme al fratello- librettista Modést, ha reso più drammatica la trama facendo
morire tutti i protagonisti, mentre in Pùškin, a parte la contessa, non muore
nessuno. La
produzione teatrale di Pùškin è di grande importanza, e comprende il vasto
affresco storico del Borìs Godunòv e quattro brevi drammi, raccolti sotto il
titolo unico di Piccole tragedie. Il
Borìs Godunòv, scritto nel 1824, rivisto e pubblicato nel 1830, è un’opera
solenne e drammatica di riflessione sulla storia russa e sul problema del
rapporto tra popolo e potenti, su cui il poeta tornerà spesso. L’azione
si svolge durante il cosiddetto “Periodo dei torbidi”, gli anni a cavallo tra
il Cinquecento ed il Seicento: alla morte dello zar Fedor, in attesa della
maggior età del figlio Dimìtrij, sale al potere come reggente il consigliere
Borìs Godunòv. L’erede al trono muore in circostanze misteriose in
giovanissima età, mentre Borìs, nonostante l’accusa di essere il mandante
dell’omicidio dello zarévic, continua a regnare a pieno titolo finché giunge
la notizia che Dimìtrij è vivo e sta raggiungendo Mosca a capo dell’esercito
nemico, quello polacco. In realtà si tratta di un impostore, un novizio
fuggito da un monastero, ma Borìs, tormentato dai rimorsi, impazzisce e
muore, così il falso Dimìtrij entra a Mosca acclamato dal popolo. La
versione di Pùškin è quella dello storico Karamzìn, secondo cui Borìs ha
effettivamente provocato la morte dell’erede al trono, diversamente da quanto
esprimono le cronache del Seicento. La
grandiosa statura del personaggio, tormentato dal rimorso, ma giusto ed
equilibrato come zar, avvicina il Borìs Godunòv alle grandi tragedie di
Shakespeare, specialmente a quelle in cui è più forte il conflitto tra
individuo e ragion di stato. Grande importanza è assegnata da Pùškin al
popolo, vero deuteragonista del dramma. Dal
Borìs Godunòv, il compositore Modést Petròvic Mùsorgskij ha tratto un’opera
ormai popolarissima, rappresentata per la prima volta nel 1869, poi
rimaneggiata. Le
piccole tragedie, scritte tutte nel 1830, sono quattro brevi riflessioni
sull’amore e sull’arte: Il cavaliere avaro analizza il rapporto padre-figlio;
Mozart e Salieri mostra la tragedia dell’uomo di talento (Salieri) che sa
riconoscere la genialità ma non la può possedere; il convitato di pietra, è
la versione puškiniana del mito di Don Giovanni, punito nel momento in cui
trova l’amore; il festino in tempo di peste mostra come si possano superare
le grandi tragedie con l’arte. |