Ipertesto con Word – dai docenti Di Natale, Eremita, Sangiorgio e Frazzetto di Scordia (CT)

 

ALEKSÀNDR SERGÉEVIC PÙŠKIN

I Poemi

I Racconti

La Novella

 

Indice

Romanticismo della letteratura Italiana

Manzoni Alessandro

Leopardi Giacomo

Romanticismo in Germania

Romanticismo in Francia

Romanticismo in Inghilterra

Romanticismo in Russia

Aleksàndr Sergéevic Pùškin

La musica nel 1800

Bellini Vincenzo

Paganini Niccolò

Ponchielli Amilcare

Rossini Gioacchino

Verdi Giuseppe

Il Melodramma in Italia

La musica in Europa

Chopin Fryderyk

Schubert Franz

Schumann Robert

Liszt Franz

Wagner Richard

Guglielmo Tell

Tannhauser

Arte romantica

Hugo Victor

La pittura romantica

The romantic period

Con Aleksàndr Sergéevic Pùškin (Mosca, 1799-Pietroburgo, 1837) la letteratura russa termina il periodo di formazione e si allinea al fianco delle massime letterature mondiali. Pùškin rappresenta infatti il massimo letterato russo, l’interprete più autentico dello spirito nazionale, e il creatore della lingua letteraria russa. La sua vasta e varia produzione annovera poesia lirica, poesia epica, poemi romantici, fiabe, romanzi, racconti, drammi, e un romanzo in versi che è tuttora l’opera letteraria più amata dai russi: Evgénij Onégin.

Pùškin nasce nel 1799 a Mosca e completa il liceo a Càrskoe Selò, vicino a Pietroburgo. La sua produzione giovanile, licenziosa e satirica, provoca molte discussioni tra i critici, mentre la sua pericolosità di libero pensatore gli causa una condanna in esilio al confino nella Russia meridionale.

I poemi e le poesie composti da Pùškin negli anni del confino risentono dell’influsso dei poeti romantici e di Byron, mentre le sue idee incontrano il favore dei circoli politici liberali, che guideranno l’insurrezione decabrista del 1825.

In relazione a questi avvenimenti, il poeta viene relegato nella tenuta familiare di Michàjlovskoe (1825-26), dove compone poemi e poesie e scrive la maggior parte del romanzo in versi Evgénij Onégin, che completerà solo nel 1833.

Negli anni Trenta, dopo il matrimonio con Natàlija Goncaròva, e un periodo particolarmente creativo trascorso nella tenuta di Bòldino, ottiene il permesso di stabilirsi presso la corte a Pietroburgo. Gli ultimi anni vedono un progressivo allargamento degli orizzonti creativi con il completamento dell’Onégin, la creazione di alcuni poemi storici, e soprattutto opere in prosa, teatro e fiabe. Lo scrittore fonda inoltre una rivista, il Contemporaneo (1836), alla quale contribuiscono i maggiori intellettuali liberali.

Pùškin morirà nel 1837 in una sfida a duello contro il conte D’Anthès, uno spasimante della moglie. I funerali di Pùškin, nonostante l’atteggiamento ostile dell’autorità, vedranno la commossa partecipazione di tutti i più importanti scrittori russi.

Il centro della produzione puškiniana è costituito dal corpus delle poesie liriche, composte lungo tutto il corso della sua carriera poetica, dal 1817 fino alla morte, avvenuta nel 1837. Si tratta di una raccolta molto varia: alle elegie classicheggianti si alternano gli idilli amorosi, i canti della natura, le liriche meditative e filosofiche.

È durante il periodo di confino del poeta al sud, tra il 1823 e il 1827, che la lirica amorosa di Pùškin raggiunge il suo apice, risultato della fusione del giovanile entusiasmo del poeta e della grossa influenza byroniana. Caratteristica delle liriche puškiniane di questo periodo è la straordinaria maestria tecnica associata alla profondità dell’osservazione, e una compostezza quasi classica del verso, segno dell’influenza dei poeti settecenteschi, come Andrea Chénier.

Dopo il 1827, il verso di Pùškin si fa sempre più conciso e nasce il ciclo dell’arte per l’arte, in cui si difende la libertà creativa del poeta, la cui unica missione è innalzare lo spirito del popolo con i versi: “Ed a lungo io sarò caro al popolo/ Perché con la lira ho risvegliato buoni sentimenti/ nel mio secolo crudele ho glorificato la libertà…” (Exegi monumentum…, 1836). Negli anni Trenta Pù…kin scrive molte composizioni brevi di natura patriottica e politica.

I poemi di Pùškin si estendono dal genere fiabesco, all’epica, al genere avventuroso, al poema romantico. Il primo poema, del 1820, è Ruslàn e Ljudmìla, con un tema tratto da famose fiabe popolari. Durante gli anni del confino, Pùškin compone vari poemi ispirati allo stile di Byron: Il prigioniero del Caucaso, la fontana di Bachcisaràj, gli zingari. Dopo la parentesi del famoso “romanzo in versi” Evgénij Onégin, Pù…kin torna al poema con i capolavori: Poltàva (1829), La casetta a Kolòmna (1830) e soprattutto Il cavaliere di bronzo (1833).

Il cavaliere di bronzo narra la storia di Evgénij, un giovane impiegato di Pietroburgo, umile e laborioso, il cui unico sogno è sposare l’amata Paràša, che vive in un modesto quartiere sul fiume Nevà. A causa di un uragano, la Nevà fuoriesce dagli argini e provoca una disastrosa inondazione, che sommerge la casa di Parà…a, annegando la fanciulla con la madre. Quando, la mattina dopo, Evgénij scopre la terribile verità, impazzisce e, nel suo delirio, si trova a passare accanto al monumento equestre di Pietro I, al quale rinfaccia la colpa di quanto accaduto, minacciandolo con un gesto di sfida. Per tutta risposta, la statua scende dal piedistallo e si mette ad inseguire a cavallo Evgénij, per tutta la notte. Da quel giorno, Evgénij si guarda bene dal passare accanto al monumento. Nell’epilogo, la casa di Paraša viene venduta, e il nuovo acquirente trova nell’appartamento vuoto il cadavere di Evgénij, andato a morire nella casa dell’amata.

La produzione in prosa puškiniana annovera molti frammenti incompiuti e diverse opere, tra le quali si ricordano tre capolavori in prosa degni del livello della sua poesia: i racconti di Bélkin (1830), la donna di picche (1833), La figlia del capitano (1836).

I Racconti di Bélkin sono cinque racconti, ognuno con un diverso stile narrativo (sentimentale, realistico, romantico, grottesco), che creano un gioco lieve ed ironico attraverso cui Pùškin caratterizza la società contemporanea. Gli “aneddoti” sono resi più efficaci dalla presenza di un intermediario che funge da narratore, Bélkin, che dà una patina di veridicità ai racconti.

La donna di picche presenta il clima romantico- psicologico di Un colpo di pistola (un altro dei Racconti di Bélkin) e degli amati racconti di Hoffmann. Vi si narra di un ufficiale giovane e povero di origine tedesca, Herrmann, che viene a conoscere dal fantasma di una vecchia contessa da lui uccisa il segreto di tre carte sicuramente vincenti al gioco del faraone. Al momento di giocare le tre carte, Hermann, ormai sconvolto, si confonde perdendo tutti i suoi risparmi; in seguito a questo fatto, impazzisce definitivamente. A fianco del protagonista, si delineano le figure di Lìza, giovane dama di compagnia della contessa e innamorata di Herrmann, e della contessa stessa, ottuagenaria ed insopportabile, che vive nel ricordo della passata bellezza.

La novella di Pùškin è stata l’ispirazione per la composizione della Donna di picche di Peter Il’ic Cajkòvskij, che, assieme al fratello- librettista Modést,  ha reso più drammatica la trama facendo morire tutti i protagonisti, mentre in Pùškin, a parte la contessa, non muore nessuno.

La produzione teatrale di Pùškin è di grande importanza, e comprende il vasto affresco storico del Borìs Godunòv e quattro brevi drammi, raccolti sotto il titolo unico di Piccole tragedie.

Il Borìs Godunòv, scritto nel 1824, rivisto e pubblicato nel 1830, è un’opera solenne e drammatica di riflessione sulla storia russa e sul problema del rapporto tra popolo e potenti, su cui il poeta tornerà spesso.

L’azione si svolge durante il cosiddetto “Periodo dei torbidi”, gli anni a cavallo tra il Cinquecento ed il Seicento: alla morte dello zar Fedor, in attesa della maggior età del figlio Dimìtrij, sale al potere come reggente il consigliere Borìs Godunòv. L’erede al trono muore in circostanze misteriose in giovanissima età, mentre Borìs, nonostante l’accusa di essere il mandante dell’omicidio dello zarévic, continua a regnare a pieno titolo finché giunge la notizia che Dimìtrij è vivo e sta raggiungendo Mosca a capo dell’esercito nemico, quello polacco. In realtà si tratta di un impostore, un novizio fuggito da un monastero, ma Borìs, tormentato dai rimorsi, impazzisce e muore, così il falso Dimìtrij entra a Mosca acclamato dal popolo.

La versione di Pùškin è quella dello storico Karamzìn, secondo cui Borìs ha effettivamente provocato la morte dell’erede al trono, diversamente da quanto esprimono le cronache del Seicento.

La grandiosa statura del personaggio, tormentato dal rimorso, ma giusto ed equilibrato come zar, avvicina il Borìs Godunòv alle grandi tragedie di Shakespeare, specialmente a quelle in cui è più forte il conflitto tra individuo e ragion di stato. Grande importanza è assegnata da Pùškin al popolo, vero deuteragonista del dramma.

Dal Borìs Godunòv, il compositore Modést Petròvic Mùsorgskij ha tratto un’opera ormai popolarissima, rappresentata per la prima volta nel 1869, poi rimaneggiata.

Le piccole tragedie, scritte tutte nel 1830, sono quattro brevi riflessioni sull’amore e sull’arte: Il cavaliere avaro analizza il rapporto padre-figlio; Mozart e Salieri mostra la tragedia dell’uomo di talento (Salieri) che sa riconoscere la genialità ma non la può possedere; il convitato di pietra, è la versione puškiniana del mito di Don Giovanni, punito nel momento in cui trova l’amore; il festino in tempo di peste mostra come si possano superare le grandi tragedie con l’arte.