Ipertesto con Word – dai docenti Di Natale, Eremita, Sangiorgio e Frazzetto di Scordia (CT)

 

Il romanticismo tedesco

Guglielmo Tell: tra libertà ed ambizione

 

Indice

Romanticismo della letteratura Italiana

Manzoni Alessandro

Leopardi Giacomo

Romanticismo in Germania

Romanticismo in Francia

Romanticismo in Inghilterra

Romanticismo in Russia

Aleksàndr Sergéevic Pùškin

La musica nel 1800

Bellini Vincenzo

Paganini Niccolò

Ponchielli Amilcare

Rossini Gioacchino

Verdi Giuseppe

Il Melodramma in Italia

La musica in Europa

Chopin Fryderyk

Schubert Franz

Schumann Robert

Liszt Franz

Wagner Richard

Guglielmo Tell

Tannhauser

Arte romantica

Hugo Victor

La pittura romantica

The romantic period

Più che un dramma costruito sull’episodio del famoso arciere, questa è un’opera corale sulla libertà dall’oppressore straniero, e una rivendicazione appassionata del libertà individuali. Il dramma apparve nel 1804, quando le vicende politiche europee e la borghesia in ascesa richiedevano l’affermazione di elementari valori tradizionali e soprattutto patriottici. L’esaltazione della rude e libera vita dei cantoni svizzeri, il richiamo alle libertà ereditate dagli antenati, la suddivisione netta tra buoni e cattivi, tra virtuosi oppressi e perfidi oppressori, la meritata punizione di questi ultimi e l’ancor più meritato conseguimento delle libertà dei primi sono alcuni tra gli ingredienti, tutti volti ad  entusiasmare le platee, che Schiller ha profuso sin troppo abbondantemente in questo lavoro.

Atto secondo. Scena prima.

Castello feudale del signore di Attinghausen.

Sala gotica adorna di stemmi e di elmi. Il barone di Attinghausen, vecchio ottantacinquenne, di alta nobile statura, vestito di un giubbone di pelliccia, appoggiato ad un bastone adorno di un corno di camoscia. Kuoni e altri sei garzoni lo ricordano, con falci e rastrelli. Urlich von Rudenz entra, vestito da cavaliere.

Rudenz. Eccomi, zio. Che volevi da me?

Attinghausen. Permette che, prima secondo il vecchio uso della casa io divido con i miei servi la bevanda del mattino. (beve una coppa, che poi circola a tutti). Una volta io uscivo con loro per i campi e nei boschi, governando con il mio occhio la loro attività, allo stesso modo che la mia bandiera li guidava nei combattimenti; ora non posso più essere che l’amministratore, e se il caldo sole non viene a trovarmi, non posso più andarlo a cercare sulla montagna; e  così, movendomi in cerchi sempre più stretti, mi avvio lentamente all’ultimo e più angusto, dove la vita si arresta. Non sono più che l’ombra di me stesso, e presto non sarò più che un nome.

Kuoni. (porgendo la coppa a Rudenz) Tocca a voi, cavalieri! (Rudenz esita a prender la coppa). Coraggio, bevete! Una sola è la coppa, ed uno solo il cuore.

Attinghausen. Adesso andate, ragazzi: a sera, finiti i lavori, discorreremo anche degli affari del paese. (i garzoni escono). Ti vedo armato e in pieno assetto. Conti di salire ad Altdorf, al castello del governatore?

Rudenz. Si, zio e anzi non posso indugiare…

Attinghausen. (sedendosi) Tanta fretta? Perché? La tua gioventù dispone di sì poco tempo che deve farne economia alle spese del vecchio zio?

Rudenz. Vedo che non avete bisogno di me. In questa casa non sono che un estraneo.

Attinghausen (lo osserva a lungo) Sì, purtroppo e vero. Purtroppo la patria per te è diventata un paese straniero… Ulrich, Ulrich, io non ti conosco più. Sfoggi abiti di seta, ostenti in capo la piuma di pavone e ti cingi le spalle di un mantello di porpora; ma guardi con disprezzo il tuo compaesano e ti vergogni del suo saluto familiare.

Rudenz. Volentieri li rendono l’onore che gli spetta; i diritti che si arroga glieli rifiuto.

Attinghausen. Tutto il paese soffre sotto l’ira del sovrano; ogni cuore onesto è rattristato dalla tirannia a cui siamo sottoposti… Tu solo sei indifferente al dolore di tutti. Ti si vede, rinnegando i tuoi fratelli, stare dalla parte  del nemico della tua patria,e, irridendo alla nostra sventura, ricercare i facili piaceri e ambire i favori del principe, mentre il paese sanguina sotto la sua sferza.

Rudenz. Il paese è in grave angustie, e vero. Ma perché, zio? Chi lo ha precipitato in questa calamità? Bastava una sola facile parola per liberarsi di colpo dall’ancoscia, e conquistare la benevolenza del sovrano. Guai a coloro che chiudono gli occhi al popolo,e lo fan ribelle al suo vero bene. Per il proprio vantaggio impediscono che i tre cantoni rurali giurano fedeltà all’Austria, come hanno fatto i paesi qui intorno. Ci tengono a sedere sul banco dei nobili; dicono di voler riconoscere unico signore l’imperatore solo perché non vogliono signore alcuno.

Attinghausen. Queste cose mi tocca udire, e dalla tua bocca!

Rudenz. Mi avete invitato voi a parlare; ora lasciatemi finire! Che parte, zio, rappresentate voi stesso in tutti questo? Non avete maggior ambizione che essere qui capo del comune o gonfaloniere, e governare il paese assieme a questi pastori? Ma come? Far omaggio a re Alberto d’Austria, partecipare allo splendore della sua corte, non è assai più glorioso che essere considerato alla pari dei vostri servi e sedere in tribunale a fianco dei contadini?

Attinghausen. Ah, Ulrich! come riconosco la voce del tentatore! Ha conquistato il tuo orecchio; ha avvelenato il tuo cuore.

Rudenz. Sì, non lo nego; mi offende sino in fondo all’animo l’ironia degli stranieri che ci chiamano nobiltà contadina; e trovo insopportabile che, mentre tutt’intorno i giovani del patriziato mietono onori sotto le bandiere degli Asburgo, io debba restarmene qui ozioso sulle mie terre, sciupando in fatiche ignobili la primavera della vita. Altrove si fanno grandi cose; un mondo di gloria si muove splendido al di là di questi monti. A me almo e scudo si arrugginiscono nel vestibolo; l’ardito suono del tambura che chiama alla guerra, il grido dell’araldo che invita al torneo non penetrano in queste valli; qui non mi è dato udire che il suono monotono del canto dei vaccai e il campano degli armenti. 

Atthinghausen. Tu sei obbligato, sedotto da vani splendori! Sì, rinnega la patria, abbi vergogna delle antichissime pie usanze dei padri! Un giorno la nostalgia di questi monti ti farà piangere, e questo canto dei vaccai che tu ora con superbia disprezzi, ti prenderà il cuore e te lo riempirà di tristezza e di desiderio quando lo udrai risuonare in qualche paese straniero. Nulla è più forte dell’amore per la propria terra. Quell’infido mondo degli altri non è cosa per te; a quella superba corte imperiale, tu, col tuo cuore onesto, rimarrai sempre un estraneo! Il mondo gli richiede doti ben diverse da quelle che hai acquistato in queste valli. Va’ laggiù, vendi il tuo animo libero, e tu che potresti essere unico signore e principe sulle terre dei tuoi padri, diventa un vassallo, un servo della corona! Ah, Urlich, Urlich! rimani con i tuoi, non andare ad Altdorf, non abbandonare la causa santa del tuo paese! Io sono l’ultimo della mia stirpe. Con me finisce il mio nome. Là sono appesi elmo e scudo; me li metteranno nella bora. Dovrò io, giunto al mio estremo sospiro, pensare che ti aspetti solo ch’io chiuda gli occhi, per andare laggiù e riprendere delle mani dell’Austria questo feudo e queste terre che io ebbi liberamente da Dio?

Rudenz. Invano resistiamo al duca d’Austria; il mondo gli appartiene; vogliamo proprio ostinarci, irrigidirci per rompere la catena di terrori con cui egli a arricchito e cinto il suo ducato? Suoi mercati, suoi i tribunali, sue le strade dei commerci e persino il cavallo da soma che attraversa il Gottardo deve pagargli un tributo. Siamo circondati, siamo chiusi dalle sue terre come da una rete. Credete che l’impero ci proteggerà? Può lo stesso impero difendersi contro la crescente potenza dell’ Austria? Se Dio non ci aiuta, nessun imperatore ci aiuterà. C’è forse da fidarsi della parole degli imperatori? Quando hanno bisogno di denaro per le loro continue guerre, danno contro ipotetica o addirittura vendono le città che si sono rifugiate all’ombra dell’aquila imperiale! No, zio, in questi tempi difficili di lotte partigiane, è saggia previdenza unirsi a un capo potente. La corona imperiale passa da una famiglia ad un’altra, e non può ricordarsi di servigi fedelmente compiuti; ma rendersi benemeriti di una potente stirpe vuol dire seminare per l’avvenire.

Attinghausen. Così saggio sei? E vuoi vederci più chiaro dei tuoi nobili antenati che lottarono con forza eroica, con il loro sangue e i loro averi per quel bene prezioso che è la libertà? Scendi a Lucerna, informati e sentirai come è pesante il giogo dell’Austria su quelle terre! Verranno, e faranno il censimento dei nostri buoi e delle nostre pecore, misureranno le nostre montagne, proibiranno nei nostri liberi boschi la caccia agli uccelli D’alto volo e alla selvaggina, riscuoteranno il diritto di pedaggio all’ingresso dei nostri ponti, alle porte delle nostre città, pagheranno l’acquisto di nuove terre con la nostra miseria, le loro guerre con il nostro sangue… No, se dobbiamo versare il nostro sangue, versiamolo per noi! La libertà costa meno della schiavitù.

Rudenz. Ma che possiamo fare noi, un popolo di mandriani, contro gli eserciti di Alberto?

Attinghausen. Impara a conoscerlo questo popolo di mandriani, ragazzo! Io lo conosco, io che l’ ho comandato in battaglia, io che l’ ho veduto combattere a Faenza. Vengano costoro, e si provino a imporci un gioco che siamo risoluti a non sopportare! Impara a sentire di che razza sei! Per un vano lustro, per un po’ di orpello non gettare la perla vera! Essere il capo di un popolo libero che si consacra a te soltanto per amore, e fedelmente prende le tue parti e combatte e muore per te, questo sia il tuo orgoglio, di questa nobiltà sii fiero; rinsalda i vincoli naturali, stringiti alla tua patria, amala e restale fedele con tutto il cuore! In questa terra stanno le salde radici della tua forza; là nel mondo che non è il tuo sarai sempre solo, debole canna che ogi uragano può spezzare. Vieni, da tempo non ci hai più visti vivere; prova a stare un giorno con noi; oggi, solo oggi non salire ad Altdorf!… Mi senti? Solo oggi; per questo unico giorno resta fra la tua gente! (Afferra la sua mano).

Rudenz. Ho dato la mia parola… Lasciatemi… Son vincolato.

Attinghausen. (lascia la sua mano, serio) Sei vincolato… Si’, sventurato, lo sei; e non solo dalla parola e dal giuramento, ma dai lacci d’ amore. (Rudenz si volta in là). Nasconditi finchè vuoi. È una donna, è Berta von Bruneck che ti attira al castello, che ti vincola al servizio dell’austriaco. Tu vuoi conquistarti quella fanciulla patrizia abbandonando la patria…

Non illuderti! Per adescarti ti mostrano la sposa, ma essa non è destinata alla tua ingenuità.

Rudenz. Ho sentito abbastanza. Addio! (esce).

Attinghausen. Folle e dissennato ragazzo, resta qui, non andartene. Non posso trattenerlo, non posso salvarlo. Già Wolfenschiessen ha tradito il suo paese… altri lo seguiranno. La seduzione straniera si fa strada con violenza tra questi monti, ci strappa via la nostra gioventù. Ora di sventura quella in cui lo straniero venne in queste valli felici e distrusse l’innocenza dei nostri costumi! Il nuovo irrompe con la sua  forza, ciò che è vecchi e degno scompare, altri tempi vengono e già vive una generazione che ha nella mente altri pensieri.

Che faccio qui? Tutti coloro con i quali ho operato e vissuto sono morti e morto il tempo della mia generazione. Felice colui che non ha bisogno di vivere con la generazione seguente! (Esce).