
Ipertesto con Word – dai docenti Di Natale, Eremita, Sangiorgio e
Frazzetto di Scordia (CT)
Il romanticismo
tedesco
Guglielmo Tell: tra libertà ed ambizione
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Più che un dramma
costruito sull’episodio del famoso arciere, questa è un’opera corale sulla libertà
dall’oppressore straniero, e una rivendicazione appassionata del libertà
individuali. Il dramma apparve nel 1804, quando le vicende politiche europee
e la borghesia in ascesa richiedevano l’affermazione di elementari valori
tradizionali e soprattutto patriottici. L’esaltazione della rude e libera
vita dei cantoni svizzeri, il richiamo alle libertà ereditate dagli antenati,
la suddivisione netta tra buoni e cattivi, tra virtuosi oppressi e perfidi
oppressori, la meritata punizione di questi ultimi e l’ancor più meritato
conseguimento delle libertà dei primi sono alcuni tra gli ingredienti, tutti
volti ad entusiasmare le platee, che
Schiller ha profuso sin troppo abbondantemente in questo lavoro. Atto secondo. Scena prima. Castello
feudale del signore di Attinghausen. Sala
gotica adorna di stemmi e di elmi. Il barone di Attinghausen, vecchio
ottantacinquenne, di alta nobile statura, vestito di un giubbone di
pelliccia, appoggiato ad un bastone adorno di un corno di camoscia. Kuoni e altri
sei garzoni lo ricordano, con falci e rastrelli. Urlich von Rudenz entra,
vestito da cavaliere. Rudenz.
Eccomi, zio. Che volevi da me? Attinghausen.
Permette che, prima secondo il vecchio uso della casa io divido con i miei
servi la bevanda del mattino. (beve una coppa, che poi circola a tutti). Una
volta io uscivo con loro per i campi e nei boschi, governando con il mio
occhio la loro attività, allo stesso modo che la mia bandiera li guidava nei
combattimenti; ora non posso più essere che l’amministratore, e se il caldo
sole non viene a trovarmi, non posso più andarlo a cercare sulla montagna;
e così, movendomi in cerchi sempre più
stretti, mi avvio lentamente all’ultimo e più angusto, dove la vita si
arresta. Non sono più che l’ombra di me stesso, e presto non sarò più che un
nome. Kuoni.
(porgendo la coppa a Rudenz) Tocca a voi, cavalieri! (Rudenz esita a prender
la coppa). Coraggio, bevete! Una sola è la coppa, ed uno solo il cuore. Attinghausen.
Adesso andate, ragazzi: a sera, finiti i lavori, discorreremo anche degli
affari del paese. (i garzoni escono). Ti vedo armato e in pieno assetto.
Conti di salire ad Altdorf, al castello del governatore? Rudenz.
Si, zio e anzi non posso indugiare… Attinghausen.
(sedendosi) Tanta fretta? Perché? La tua gioventù dispone di sì poco tempo
che deve farne economia alle spese del vecchio zio? Rudenz.
Vedo che non avete bisogno di me. In questa casa non sono che un estraneo. Attinghausen
(lo osserva a lungo) Sì, purtroppo e vero. Purtroppo la patria per te è diventata
un paese straniero… Ulrich, Ulrich, io non ti conosco più. Sfoggi abiti di
seta, ostenti in capo la piuma di pavone e ti cingi le spalle di un mantello
di porpora; ma guardi con disprezzo il tuo compaesano e ti vergogni del suo
saluto familiare. Rudenz.
Volentieri li rendono l’onore che gli spetta; i diritti che si arroga glieli
rifiuto. Attinghausen.
Tutto il paese soffre sotto l’ira del sovrano; ogni cuore onesto è
rattristato dalla tirannia a cui siamo sottoposti… Tu solo sei indifferente
al dolore di tutti. Ti si vede, rinnegando i tuoi fratelli, stare dalla
parte del nemico della tua patria,e,
irridendo alla nostra sventura, ricercare i facili piaceri e ambire i favori
del principe, mentre il paese sanguina sotto la sua sferza. Rudenz.
Il paese è in grave angustie, e vero. Ma perché, zio? Chi lo ha precipitato
in questa calamità? Bastava una sola facile parola per liberarsi di colpo
dall’ancoscia, e conquistare la benevolenza del sovrano. Guai a coloro che
chiudono gli occhi al popolo,e lo fan ribelle al suo vero bene. Per il
proprio vantaggio impediscono che i tre cantoni rurali giurano fedeltà
all’Austria, come hanno fatto i paesi qui intorno. Ci tengono a sedere sul
banco dei nobili; dicono di voler riconoscere unico signore l’imperatore solo
perché non vogliono signore alcuno. Attinghausen.
Queste cose mi tocca udire, e dalla tua bocca! Rudenz.
Mi avete invitato voi a parlare; ora lasciatemi finire! Che parte, zio,
rappresentate voi stesso in tutti questo? Non avete maggior ambizione che
essere qui capo del comune o gonfaloniere, e governare il paese assieme a
questi pastori? Ma come? Far omaggio a re Alberto d’Austria, partecipare allo
splendore della sua corte, non è assai più glorioso che essere considerato
alla pari dei vostri servi e sedere in tribunale a fianco dei contadini? Attinghausen.
Ah, Ulrich! come riconosco la voce del tentatore! Ha conquistato il tuo
orecchio; ha avvelenato il tuo cuore. Rudenz.
Sì, non lo nego; mi offende sino in fondo all’animo l’ironia degli stranieri
che ci chiamano nobiltà contadina; e trovo insopportabile che, mentre
tutt’intorno i giovani del patriziato mietono onori sotto le bandiere degli
Asburgo, io debba restarmene qui ozioso sulle mie terre, sciupando in fatiche
ignobili la primavera della vita. Altrove si fanno grandi cose; un mondo di
gloria si muove splendido al di là di questi monti. A me almo e scudo si
arrugginiscono nel vestibolo; l’ardito suono del tambura che chiama alla
guerra, il grido dell’araldo che invita al torneo non penetrano in queste valli;
qui non mi è dato udire che il suono monotono del canto dei vaccai e il
campano degli armenti. Atthinghausen.
Tu sei obbligato, sedotto da vani splendori! Sì, rinnega la patria, abbi
vergogna delle antichissime pie usanze dei padri! Un giorno la nostalgia di
questi monti ti farà piangere, e questo canto dei vaccai che tu ora con
superbia disprezzi, ti prenderà il cuore e te lo riempirà di tristezza e di
desiderio quando lo udrai risuonare in qualche paese straniero. Nulla è più
forte dell’amore per la propria terra. Quell’infido mondo degli altri non è
cosa per te; a quella superba corte imperiale, tu, col tuo cuore onesto,
rimarrai sempre un estraneo! Il mondo gli richiede doti ben diverse da quelle
che hai acquistato in queste valli. Va’ laggiù, vendi il tuo animo libero, e
tu che potresti essere unico signore e principe sulle terre dei tuoi padri,
diventa un vassallo, un servo della corona! Ah, Urlich, Urlich! rimani con i
tuoi, non andare ad Altdorf, non abbandonare la causa santa del tuo paese! Io
sono l’ultimo della mia stirpe. Con me finisce il mio nome. Là sono appesi
elmo e scudo; me li metteranno nella bora. Dovrò io, giunto al mio estremo
sospiro, pensare che ti aspetti solo ch’io chiuda gli occhi, per andare
laggiù e riprendere delle mani dell’Austria questo feudo e queste terre che
io ebbi liberamente da Dio? Rudenz. Invano resistiamo
al duca d’Austria; il mondo gli appartiene; vogliamo proprio ostinarci,
irrigidirci per rompere la catena di terrori con cui egli a arricchito e
cinto il suo ducato? Suoi mercati, suoi i tribunali, sue le strade dei
commerci e persino il cavallo da soma che attraversa il Gottardo deve
pagargli un tributo. Siamo circondati, siamo chiusi dalle sue terre come da
una rete. Credete che l’impero ci proteggerà? Può lo stesso impero difendersi
contro la crescente potenza dell’ Austria? Se Dio non ci aiuta, nessun
imperatore ci aiuterà. C’è forse da fidarsi della parole degli imperatori?
Quando hanno bisogno di denaro per le loro continue guerre, danno contro
ipotetica o addirittura vendono le città che si sono rifugiate all’ombra
dell’aquila imperiale! No, zio, in questi tempi difficili di lotte
partigiane, è saggia previdenza unirsi a un capo potente. La corona imperiale
passa da una famiglia ad un’altra, e non può ricordarsi di servigi fedelmente
compiuti; ma rendersi benemeriti di una potente stirpe vuol dire seminare per
l’avvenire. Attinghausen.
Così saggio sei? E vuoi vederci più chiaro dei tuoi nobili antenati che
lottarono con forza eroica, con il loro sangue e i loro averi per quel bene
prezioso che è la libertà? Scendi a Lucerna, informati e sentirai come è
pesante il giogo dell’Austria su quelle terre! Verranno, e faranno il
censimento dei nostri buoi e delle nostre pecore, misureranno le nostre
montagne, proibiranno nei nostri liberi boschi la caccia agli uccelli D’alto
volo e alla selvaggina, riscuoteranno il diritto di pedaggio all’ingresso dei
nostri ponti, alle porte delle nostre città, pagheranno l’acquisto di nuove
terre con la nostra miseria, le loro guerre con il nostro sangue… No, se
dobbiamo versare il nostro sangue, versiamolo per noi! La libertà costa meno
della schiavitù. Rudenz.
Ma che possiamo fare noi, un popolo di mandriani, contro gli eserciti di
Alberto? Attinghausen.
Impara a conoscerlo questo popolo di mandriani, ragazzo! Io lo conosco, io
che l’ ho comandato in battaglia, io che l’ ho veduto combattere a Faenza.
Vengano costoro, e si provino a imporci un gioco che siamo risoluti a non
sopportare! Impara a sentire di che razza sei! Per un vano lustro, per un po’
di orpello non gettare la perla vera! Essere il capo di un popolo libero che
si consacra a te soltanto per amore, e fedelmente prende le tue parti e
combatte e muore per te, questo sia il tuo orgoglio, di questa nobiltà sii
fiero; rinsalda i vincoli naturali, stringiti alla tua patria, amala e
restale fedele con tutto il cuore! In questa terra stanno le salde radici
della tua forza; là nel mondo che non è il tuo sarai sempre solo, debole
canna che ogi uragano può spezzare. Vieni, da tempo non ci hai più visti
vivere; prova a stare un giorno con noi; oggi, solo oggi non salire ad
Altdorf!… Mi senti? Solo oggi; per questo unico giorno resta fra la tua
gente! (Afferra la sua mano). Rudenz.
Ho dato la mia parola… Lasciatemi… Son vincolato. Attinghausen.
(lascia la sua mano, serio) Sei vincolato… Si’, sventurato, lo sei; e non
solo dalla parola e dal giuramento, ma dai lacci d’ amore. (Rudenz si volta
in là). Nasconditi finchè vuoi. È una donna, è Berta von Bruneck che ti
attira al castello, che ti vincola al servizio dell’austriaco. Tu vuoi
conquistarti quella fanciulla patrizia abbandonando la patria… Non
illuderti! Per adescarti ti mostrano la sposa, ma essa non è destinata alla
tua ingenuità. Rudenz.
Ho sentito abbastanza. Addio! (esce). Attinghausen.
Folle e dissennato ragazzo, resta qui, non andartene. Non posso trattenerlo,
non posso salvarlo. Già Wolfenschiessen ha tradito il suo paese… altri lo
seguiranno. La seduzione straniera si fa strada con violenza tra questi
monti, ci strappa via la nostra gioventù. Ora di sventura quella in cui lo
straniero venne in queste valli felici e distrusse l’innocenza dei nostri
costumi! Il nuovo irrompe con la sua
forza, ciò che è vecchi e degno scompare, altri tempi vengono e già
vive una generazione che ha nella mente altri pensieri. Che
faccio qui? Tutti coloro con i quali ho operato e vissuto sono morti e morto
il tempo della mia generazione. Felice colui che non ha bisogno di vivere con
la generazione seguente! (Esce). |